Daniele ha visto prima quattro bestie feroci, che rappresentano i grandi regni che opprimono Israele. Ma ecco la profezia che alimenta la speranza: un uomo (Daniele forse pensava all'intero popolo di Dio) che riceve forza e potere da Dio e trionfa su tutti gli altri popoli. Solo Gesù realizzerà questa profezia, senza sottomettere nessuno, ma dando la propria vita.
Guardando nelle visioni notturne, ecco venire con le nubi del cielo uno simile a un figlio d’uomo; giunse fino al vegliardo e fu presentato a lui. Gli furono dati potere, gloria e regno; tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano: il suo potere è un potere eterno, che non finirà mai, e il suo regno non sarà mai distrutto.
Il Primo Testamento vuole un Messia vincitore e dominatore. Gesù faticherà non poco a correggere questa idea e non ci è riuscito neanche con gli apostoli, fino alla sua morte e risurrezione. Anche noi a volte vogliamo un Gesù vincente nelle cose di questo mondo e a nostro servizio permanente. Guardiamolo sulla croce e arriveremo al desiderio vero di essere come lui a servizio dei fratelli, fino a dare la vita.
L'Apocalisse (=rivelazione) è uno scritto rivolto a sette Chiese dell'Asia minore, sottoposte alla persecuzione da parte dell'impero romano. All'inizio l'autore, in esilio nell'isoletta di Patmos, presenta Gesù come re dei re. Il suo regno, istituito con il sacrificio della sua vita, raccoglie i salvati, rendendoli tutti sacerdoti, cioè ministri sacri, capaci di offrire a Dio, non primizie o animali, ma la propria vita.
Gesù Cristo è il testimone fedele, il primogenito dei morti e il sovrano dei re della terra. A Colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue, che ha fatto di noi un regno, sacerdoti per il suo Dio e Padre, a lui la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen. Ecco, viene con le nubi e ogni occhio lo vedrà, anche quelli che lo trafissero, e per lui tutte le tribù della terra si batteranno il petto. Sì, Amen! Dice il Signore Dio: Io sono l’Alfa e l’Omèga, Colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente!
Cristo risorto ha inaugurato il Regno che dura per sempre e attraversa la morte: il Regno dell’amore di Dio Padre che sacrifica il Figlio, del Figlio che si dona a noi, dello Spirito che ci rende santi. Sta a noi rendere visibile questo Regno già nel nostro mondo malato di peccato.
L'evangelista Giovanni utilizza il processo davanti a Pilato come il luogo della rivelazione della regalità di Gesù. Egli ha rifiutato di essere fatto re dalla folla (cf Gv 6,15), ma ora si proclama re di un regno che proviene direttamente da Dio. Pilato, non capisce, ma, senza volerlo, con l'iscrizione sulla croce, in quanto rappresentante ufficiale dell'Impero romano, presenterà Gesù come re al mondo intero.
In quel tempo, Pilato disse a Gesù: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?». Pilato disse: «Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?». Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù». Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».
Il brano di questa domenica fa parte del processo davanti a Pilato, che per l'evangelista, prima della crocifissione, è il centro della passione. In esso Gesù viene riconosciuto più volte innocente, si dichiara re e viene incoronato, come burla per i soldati, ma come verità per Giovanni.
In questo brano il regno più potente sulla terra, Roma, viene messo a confronto con il potere divino. Pilato ci tiene a celebrare il potere romano, quando rifiuta di giudicare Gesù sulle accuse dei Giudei e si presenta come rappresentante dell'imperatore. Per il diritto romano, chi si dichiarava re commetteva un reato di lesa maestà, quindi era meritevole di morte. Gesù spiega a Pilato (e Giovanni spiega all’impero romano e agli imperi di tutti i tempi) che la sua regalità non appartiene a questo mondo, non si pone in alternativa ai regni terreni.
Dire che il suo regno non è di questo mondo, non significa affermare che sia estraneo, anzi dichiara il primato di Dio su tutta la realtà terrena. E questo non per contrapporre cielo e terra, bensì per promuovere l'umanizzazione dei regni, che si succedono nella storia, e per la salvezza dei popoli. La frase sui servitori che avrebbero combattuto, serve per dimostrare che Gesù non ha esercito e quindi non aspira a domini terreni.
Sulla propria regalità però Gesù dà una risposta precisa e inequivocabile: “io sono re”. Quello che dice dopo serve far capire che tipo di re egli sia. E a questo punto parla della verità.
Nel vangelo di Giovanni la ‘verità’ ha un significato molto ricco e complesso. La verità è ciò che il Padre vuole comunicare agli uomini, perché sappiano chi è lui e chi sono loro; la verità è tutto ciò che Gesù insegna, per far conoscere il Padre e se stesso; la verità è ciò che lo Spirito Santo farà comprendere a tutti coloro che si lasciano guidare da lui; la verità è Gesù stesso in persona, il Figlio di Dio fatto uomo, che ‘contiene’ in sé tutta la realtà divina e tutta la realtà umana. Gesù, quindi, sintetizza la propria missione dicendo che è venuto “per dare testimonianza alla verità”, cioè per far conoscere se stesso e il Padre e, attraverso questa conoscenza, esperienziale e interiore, comunicare la salvezza, cioè la vita stessa di Dio.
È chiaro che Pilato non poteva comprendere tutto questo e l’evangelista lo sa, come lo sapeva Gesù. Difatti la risposta di Pilato, che non è riportata oggi, è stata: “che cos’è la verità?”, che non è precisamente una domanda per sapere, ma una domanda di chi pensa che non ci sia risposta possibile. Povero Pilato, non si accorge che la verità ce l'ha proprio davanti!
C’è una verità che dice la corrispondenza tra la realtà e la sua comunicazione, verbale e non, ed è nelle nostre mani. Ma c’è una verità che rende visibile e comprensibile la realtà di Dio e quella dell’uomo, è Cristo stesso in persona e la riceviamo per rivelazione. In questo mondo sembra non esserci posto né per l’una né per l’altra verità. La Chiesa e ogni cristiano sono quindi impegnati a manifestare la verità che è Cristo incarnato, a dire la verità e a smascherare ogni menzogna, senza paura, anche a rischio di persecuzione. I compromessi, per quanto ragionevoli e prudenti possano essere considerati, non vanno d’accordo con il re coronato di spine.
Chi, come Pilato, vuole giudicare le cose di Dio e le profondità dell’uomo con la misura del potere terreno fa errori sempre molto grossi, perché ferisce le persone e stravolge il senso ultimo e primo delle realtà umane e della vita stessa. Un giudizio su qualunque realtà, che sia chiuso solo nell’orizzonte terreno, è sempre parziale e corre anche il rischio di essere sbagliato. È come dire che Gesù Cristo non può essere messo fuori da nessuna cosa che riguardi l’uomo: metterlo fuori ci fa diventare schiavi della menzogna e della falsità.
SPUNTI PER LA MEDITAZIONE E LA PREGHIERA
Impegniamoci ad essere testimoni della verità, parlando di Gesù e non dicendo bugie.