In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elia, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme.
Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui.
Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli non sapeva quello che diceva. Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!». Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto.
Nell'esperienza di Abramo, raccontata nella Genesi e ripresa in molti modi nel Primo e nel Nuovo Testamento, colpisce la gratuità dell'iniziativa di Dio e il suo modo di compromettersi con l'uomo che lui sceglie. Non c'è un perché in questa scelta, Abramo non ha nulla di cui vantarsi, il suo merito è di aver creduto e di essere rimasto fedele, anche quando tutto sembrava andare contro la realizzazione delle promesse di Dio. Per questo anche noi cristiani lo consideriamo modello eccellente della fede.
Paolo, che ha visto la propria vita trasfigurata dalla presenza e dall'amore di Cristo, sembra non sopportare il vedere come alcuni cristiani, da lui evangelizzati e battezzati, dopo aver fatto esperienza della vita in Cristo, ritornino agli idoli di questo mondo. Ma l'abbandono della fede è fenomeno che accompagna la vita della Chiesa in tutti i tempi e anche oggi. Per questo l'esortazione paolina tocca nel profondo la vita di ogni cristiano: “rimanete saldi nel Signore”.
La trasfigurazione è raccontata da tutti i sinottici e la liturgia della seconda domenica di quaresima ce la presenta tutti gli anni quasi come anticipazione della risurrezione e come invito a guardare la gloria divina di Gesù prima dell’ignominia della passione.
Anzitutto Luca colloca questo avvenimento di rivelazione all’interno della preghiera di Gesù: è l’atteggiamento tipico del Figlio eterno che si mette in comunicazione con suo Padre. È stato così nel battesimo, sarà così nel Getsemani, dovrebbe essere così per ogni cristiano nei momenti di crisi e di decisioni importanti. Come Gesù nella preghiera entra nel progetto di amore e di salvezza del Padre, lo conosce sempre più a fondo e si prepara a realizzarlo, così il cristiano nella preghiera comprende ciò a cui il Signore lo chiama e riceve la forza per vivere la propria missione nella Chiesa e nel mondo.
Il racconto è pieno di riferimenti biblici. Il monte su cui sale il Signore richiama il luogo della esperienza di incontro con Dio, che hanno fatto Mosè ed Elia. La loro presenza visibile richiama la prima alleanza stipulata con la mediazione di Mosè e difesa dai Profeti, la quale, però, sta per essere sostituita da quella nuova ed eterna, realizzata nel sangue del Figlio. Il colloquio verte sull’esodo: Gesù realizzerà a Gerusalemme il passaggio pasquale dalla morte alla vita, che la pasqua ebraica simboleggiava e anticipava. Le capanne di cui parla Pietro, mentre risultano il tentativo di prolungare l’esperienza, ricordano il pellegrinare di Israele nel deserto. La nube richiama il segno della presenza di Dio presso il popolo di Israele nell’esperienza dell’esodo e la paura che invade i discepoli è la reazione tipica degli uomini della Bibbia che si rendono conto di trovarsi al cospetto di Dio. La voce del Padre conferma la realizzazione della promessa contenuta nel Deuteronomio (18,15: “Il Signore, tuo Dio, susciterà per te, in mezzo a te, tra i tuoi fratelli, un profeta pari a me. A lui darete ascolto”). L’invito perentorio ad ascoltare Gesù costituisce il risvolto pratico della rivelazione: se è il Figlio, allora è necessario seguire quello che dice, per essere salvati.
Pietro, Giacomo e Giovanni sono presentati come i testimoni prescelti di un’esperienza anticipatrice della risurrezione di Gesù, che non comprenderanno subito, ma che rimarrà loro impressa nella mente e nel cuore. Essi anche qui, come nell’orto degli ulivi, sono oppressi dal sonno, simbolo della loro resistenza ad accogliere ogni rivelazione impegnativa di Gesù, come la sua passione e morte, e non comprendono quello che sta succedendo al loro maestro. Lo comprenderanno dopo la risurrezione e solo allora potranno accettarlo e comunicarlo agli altri, come vangelo di salvezza.
Ma la trasfigurazione non è solo rivelazione su Gesù, dice tante cose anche di noi e a noi: ogni volta che facciamo una scelta dobbiamo battezzarla nella preghiera; Gesù vuol essere nostro amico e si rivela a noi, non ci nasconde niente di ciò che ci serve per somigliare a lui; la nostra prima preoccupazione deve riguardare gli esodi della nostra vita, dalla schiavitù del peccato alla libertà di chiamarci figli di Dio ed esserlo realmente, e dalla morte in questo mondo alla vita stessa di Dio; corriamo ogni giorno il rischio di lasciarci vincere dal sonno, mentre egli ci offre la conoscenza di lui e la sua amicizia; voler fermare i momenti belli della vita è una tentazione di fuga dall’impegno quotidiano e dalla croce che ci tocca ogni giorno; il torto più grande che possiamo fargli è avere paura di lui, mentre si rivela a noi e ci rivela a noi stessi; ascoltarlo col cuore e vivere la sua parola è la cosa più bella, più grande, più vera e più utile che possiamo fare; la nostra carne nasconde lo splendore dello spirito di figlio che ci ha donato, ma ci offre la possibilità di amare visibilmente e concretamente i fratelli e parlare la lingua degli uomini, per annunciare loro le meraviglie del suo amore per noi e per tutti.
SPUNTI PER L'ATTUALIZZAZIONE E LA PREGHIERA
Riconosco in ogni fratello la dignità di figlio di Dio, anche se materialmente non si vede.